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Il pinerolese e il vino: Elisa Camusso racconta L’Autin

di CORRADO LARONGA

L’Autin, azienda vitivinicola relativamente giovane che opera nella zona del pinerolese, ci viene oggi raccontata da Elisa Camusso, figlia dell’attuale titolare Mauro, che al termine del suo percorso di studi entrerà ufficialmente nelle attività di famiglia con l’entusiasmo tipico dei giovani e la voglia di portare avanti una tradizione fatta di vino, qualità e passione. L’avvento delle nuove generazioni nelle cantine piemontesi rappresenta la sicurezza della continuità, la consapevolezza che lavorare per la valorizzazione del proprio territorio è un piacere a cui nessuno ha intenzione di rinunciare.

Elisa, diamo ai nostri lettori qualche data: quanti anni ha L’Autin?

La nostra è una cantina giovane, ma già molto radicata sul territorio. La famiglia di mio padre si occupa di agricoltura e di viticoltura da sempre, ma lui, appena dopo il matrimonio, decise di cambiare mestiere per cominciare a lavorare la pietra di Luserna, di cui la famiglia di mia mamma ha una storia attività di estrazione. Dico questo perché tanto l’aspetto agricolo quanto quello geologico ritorneranno più avanti nel nostro racconto. Nel 2008, però, il richiamo della terra si fece di nuovo forte. Mio padre e suo cugino, Giorgio Gasca, decisero di tornare a occuparsi degli appezzamenti vitati che ancora possedevano, con l’idea, all’inizio non imprenditoriale, di rimetterli a posto e provare a valorizzare il più possibile i nostri vitigni autoctoni.

Vino pinerolese l'Autin
Mauro ed Elisa Camusso

Voi siete della zona del pinerolese, Val Germanasca per la precisione, un posto bellissimo e ancora poco toccato dal turismo. Quanti sono i vitigni autoctoni?

Oltre alle già conosciute Barbera e Bonarda, questa terra dà l’origine anche a un vitigno che per anni è stato dimenticato e che la mia famiglia ha riscoperto, trovando per caso alcune piante nella vigna storica. Si chiama Bian Ver e noi di L’Autin lo vinifichiamo in purezza, ottenendo un vino bianco profumato e dalla spiccata acidità per il quale, insieme al consorzio del Pinerolese stiamo avviando l’iter burocratico per ottenere la DOC.

Il Piemonte potrebbe quindi avere presto un nuovo, grande bianco?

Sì, in realtà il Bian Ver è un vitigno storico, mio padre mi racconta che già quando suo nonno lo portava in vigna ne sentiva parlare. Come è accaduto ad altre varietà, mi viene in mente per esempio il Ruchè, è stato dimenticato per anni e poi riscoperto, in questo caso da mio padre, con il prezioso aiuto del nostro enologo, Gianfranco Cordero. Dopo aver ottenuto i permessi per piantarlo, hanno cominciato una sperimentazione che ci ha portato oggi a produrre un bianco da Bian Ver in purezza, il nostro Verbian, e a utilizzarne anche una percentuale tra il 10% e il 15% nel nostro Metodo Classico bianco, composto da Pinot Noir e Chardonnay.

Vino pinerolese l'autin
Verbian, da uve Bian Ver

Non avete mai pensato di spumantizzare solo Bian Ver?

Sì, ci piace molto sperimentare perché crediamo nel nostro territorio e nelle sue possibilità, quindi stiamo già da tempo studiando una spumantizzazione di Bian Ver e chissà, magari un giorno arriverà!

La sperimentazione è importante per un territorio, basti pensare ai benefici che ha portato, in termini enoici alle Langhe, forse uno dei luoghi vocati al vino più famosi del mondo.

Esatto. Noi non abbiamo l’ambizione di raggiungere il posto che le Langhe hanno nel mercato italiano e internazionale del vino, ma pensiamo che anche qui nel pinerolese si possano produrre grandi etichette e con L’Autin crediamo di averne dato più di una dimostrazione. Il nostro è un terreno diverso da quello delle Langhe, la sua composizione a granulometria molto grossa (data dalla prossimità del fiume Pellice) lo rende particolarmente drenante e quindi adatto ai bianchi, ma anche ai rossi, che essendo ai piedi delle Alpi sono dei rossi quasi di montagna. Il nostro Nebbiolo, per esempio, ha dei profumi e dei sentori molto diversi dai Nebbiolo classici cui siamo abituati e, senza volerlo in alcun modo mettere in competizione con le etichette storiche, credo che possa stimolare la curiosità di più di un appassionato.

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Quindi abbiamo anche un Nebbiolo di montagna da L’Autin. Quali sono le altre referenze?

Parlando di bianchi, oltre al Bian Ver che abbiamo già citato ci sono un Riesling renano, un Sauvignon Blanc e il Timorasso, un vitigno tipico dei colli tortonesi che qui ai piedi del Monviso sembra si possa esprimere con la stessa potenza, ma con sfumature diverse che lo rendono unico. Tutti e tre sono in purezza.

vino pinerolese l'autin
Finisidum

Addirittura un Timorasso, questo sì che è interessante! E per quanto riguarda i rossi?

Barbera e Bonarda, che abbiamo già citato, poi Nebbiolo e Pinot Nero. Abbiamo anche il nostro Finisidum, un vino con una storia molto particolare perché è un po’ il trait d’union tra lo ieri e l’oggi della nostra azienda. Si tratta di un assemblaggio di diversi uvaggi, quelli che compongono la nostra vigna storica che, come si usava un tempo, non è monovitigno, ma un insieme di più varietà le cui percentuali, una volta in bottiglia, non sono quantificabili. In un solo vino, in sostanza, abbiamo concentrato un pezzo importante del nostro basso Piemonte e delle vicine valli francesi: vecchie vigne coltivate con diversi vitigni raccolti e vinificati insieme.

Elisa Camusso

E poi c’è il Metodo Classico, quello per cui forse siete più famosi, il vino che riposa nelle miniere. 

Sì, quello è stata una gran bella sfida. Mio padre è sempre stato un appassionato di spumanti, quindi, quando ha ripreso in mano le vigne, ha deciso di piantare sempre più vitigni atti alla spumantizzazione, tipicamente le basi spumante come Pinot Nero e Chardonnay, con l’idea di fare qualcosa che nel pinerolese non era mai stato fatto: un Metodo Classico. Nel 2013 ci fu la prima vendemmia e contestualmente c’era da decidere dove far riposare il vino per la presa di spuma. Forse per via della tradizione di famiglia, o forse per una fortunata intuizione, nacque l’idea di utilizzare le antiche miniere di talco della Val Germanasca, che hanno 10 C° costanti tutto l’anno, il 90% di umidità e totale assenza di luce. Sono le condizioni ideali per la presa di spuma, come sanno bene i francesi, che infatti fanno spesso riposare lo Champagne nelle antiche cave della regione.

Quindi, quante referenze di Metodo Classico avete?

Al momento ne abbiamo quattro. Tra i bianchi troviamo un Brut, un Pas Dosé e un 84 mesi sui lieviti, poi c’è il nostro Rosè. L’84 mesi è stato un’altra sfida vinta, il frutto di quella sperimentazione che portiamo avanti sui Metodo Classico come su tutti gli altri vini della nostra cantina.

vino pinerolese l'autin
Presa di spuma in miniera

Al momento, quindi, sembra proprio che L’Autin interpreti al meglio tutte le referenze tipiche del territorio e non solo.

Sì, d’altro canto, come già dicevamo, il nostro scopo è stato fin da subito quello di mettere il territorio al centro del progetto, perché ci crediamo davvero, crediamo nella sua ricchezza, nelle sue potenzialità e vogliamo dare il nostro contributo per promuoverne le eccellenze, che sono tantissime. E, come noi, anche molti altri viticoltori e artigiani della zona stanno lavorando nella stessa direzione, un concerto che speriamo possa presto dare i risultati sperati!

Questi tempi sono particolarmente difficili: pandemia, guerra. Com’è cambiato il mercato negli ultimi anni?

Ci sono effettivamente stati molti problemi, in particolar modo per l’approvvigionamento dei materiali e per l’aumento dei prezzi dell’energia e della materia prima. Penso solo al vetro e a quando, qualche tempo fa, non c’era possibilità di trovare le bottiglie giuste per il nostro Metodo Classico, che, come tutti i vini, a un certo punto va necessariamente imbottigliato. Le bottiglie non c’erano, e se c’erano costavano tre volte tanto il prezzo normale. Questo, unito all’aumento dell’energia e alla speculazione che, purtroppo, in questi periodi imperversa, fa sì che la produzione sia molto più cara, mentre il valore del vino rimane il medesimo. Non è facile, e sono tante le aziende e le piccole realtà artigiane che non ce la fanno. Spero vivamente che la situazione possa risolversi quanto prima, altrimenti gli sforzi che tutti quotidianamente facciamo rischiano di diventare inutili.

Presa di spuma in miniera

Siamo fiduciosi allora. E per quanto riguarda il futuro? Tu pensi di entrare al 100% in azienda una volta terminati gli studi?

Sì, al momento sono al quinto anno di Ingegneria Geotecnica e Mineraria al Politecnico di Torino, sono immersa negli studi e quindi non posso ancora essere presente in azienda come vorrei, ma manca poco! Il mio obiettivo è quello di occuparmi sia de L’Autin e, quindi, della promozione del vino del pinerolese, sia dell’attività mineraria di famiglia, la Beltramo Fratelli. Penso che sia il modo migliore per unire le mie grandi passioni e, al tempo stesso, portare avanti due realtà che fanno parte della storia della mia famiglia.

Grazie Elisa, in bocca al lupo per tutto!

Grazie a voi! Vi aspetto nelle miniere di talco della Val Germanasca, che sono aperte al pubblico, per una visita e una degustazione dei nostri vini e di prodotti del territorio!

 

 

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